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Autoabbronzante: l’alleato perfetto per una carnagione dorata senza sole

“Il pallore è nobiliare”: chi ha un fototipo basso avrà sicuramente utilizzato quest’affermazione, nel tentativo di sdrammatizzare e provare a rispondere a tono alle solite frasette, che chi si abbronza con estrema facilità tende a pronunciare. Del tipo: “Ma a te non piace il mare?”; per continuare con: “Guarda che basta una passeggiata al sole di mezz’ora.” Avete presente quando il pallore, icona di eleganza e nobiltà, veniva ricercato a tutti i costi dalle donne del passato? Come si è arrivati a quell’inversione di tendenza per cui mostrare una carnagione troppo chiara in spiaggia, ad agosto, impedisce di sentirsi veramente a proprio agio? È necessario fare un salto indietro nel tempo non da poco. 1923: Gabrielle Bonheur Chanel, in arte Coco, torna a Parigi dopo una vacanza sul Nilo, sfoggiando per la prima volta un’abbronzatura dorata. Da Coco Chanel all’abbronzatura come trend, il passo è breve!

Al giorno d’oggi, la tintarella è diventata un vero e proprio fenomeno culturale: è innegabile, infatti, quanto una semplice abbronzatura sia in grado di donare immediatamente un aspetto più sano e luminoso. Tuttavia, è altrettanto risaputo quanto un’eccessiva esposizione alle radiazioni solari risulti dannosa per la pelle. E se si potesse ottenere una carnagione dorata anche stando all’ombra, senza correre i rischi che l’esposizione ai raggi ultravioletti (UV) comporta? È qui che entrano in gioco gli autoabbrozanti. In pochissimi non ne avranno mai sentito parlare, ma in quanti li conoscono davvero? Partiamo dal principio.

Se dovessimo dare qualche definizione?

Epidermide: strato più esterno della cute.

Cheratinociti: tipo cellulare più abbondante nell’epidermide, specializzato nella produzione di cheratina.

Melanina: pigmento che determina maggiormente il colore della cute; è presente non solo nella pelle, ma anche nei capelli, nei peli e nell’iride.

Melanociti: cellule responsabili della produzione di melanina e, di conseguenza, della pigmentazione della pelle. Sono le cellule più numerose dell’epidermide, dopo i cheratinociti.

Melanosomi: organuli citoplasmatici, contenuti nei melanociti, deputati alla sintesi di melanina.

Melanogenesi: processo di sintesi della melanina.

In che cosa consiste la melanogenesi?

Il processo di sintesi della melanina, o melanogenesi, consta di 4 fasi principali:

  1. Produzione dei melanosomi nei melanociti.
  2. Sintesi della melanina dentro i melanosomi; questi organuli, infatti, contengono al proprio interno l’enzima tirosinasi, responsabile della conversione dell’amminoacido tirosina in melanina.
  3. Trasferimento dei melanosomi dai melanociti ai cheratinociti. È proprio questo il passaggio chiave, che consente la pigmentazione della cute: finché la melanina rimane all’interno dei melanociti, infatti, l’epidermide non acquista colore.
  4. Degradazione dei melanosomi e liberazione del loro contenuto (melanina) nei cheratinociti.

             

Definite le parole chiave e note le fasi della melanogenesi, perché ci abbronziamo?

I raggi UV, a seconda che si tratti di UVB o di UVA, possono determinare due differenti effetti sulla cute:

  • UVB: causano un danno diretto sui melanociti. Per contrastarlo, i melanociti si attivano, innescando un processo di autodifesa: la melanogenesi.
  • UVA: causano un danno indiretto. Scatenano, infatti, una cascata di reazioni radicaliche che provocano danni alle membrane cellulari, al DNA e alle proteine. Il danno indiretto viene contrastato tramite la fotoossidazione della melanina già presente, che di conseguenza si scurisce, e stimolando il trasferimento dei melanosomi dai melanociti ai cheratinociti.

Sono proprio i melanociti con la loro sintesi di melanina, capace di filtrare ed assorbire i raggi UV, quindi, a battersi valorosamente per salvaguardare la cute dai danni che l’esposizione solare comporta. Potremmo, pertanto, definire l’abbronzatura come quel meccanismo fisiologico di difesa che la pelle mette in atto per proteggersi dalle continue aggressioni dei raggi ultravioletti del sole.

E se volessimo dare una definizione di autoabbronzante?

L’autoabbronzante è un prodotto cosmetico formulato per conferire alla pelle un aspetto abbronzato non dilavabile, del tutto simile a quello dato dai raggi solari, senza necessità di esposizione al sole. Per tale motivo, è noto anche come abbronzante senza sole.

Produce una vera abbronzatura?

È vero che la pigmentazione ottenuta non può essere eliminata, se non a seguito del naturale turn-over degli strati cutanei superficiali; tuttavia, dal momento che la melanina non è coinvolta in alcun modo, la risposta è no.

Trattandosi di prodotti colorati, è il colore a conferire la colorazione dorata del tutto simile a quella data dai raggi solari?

Anche in questo caso, la risposta è no; il colore ha solo una funzione visiva: aiuta a stendere il prodotto senza lasciare zone scoperte.

E quindi, come funziona un autoabbronzante?

Alla base di qualsiasi autoabbronzante c’è una reazione chimica che si verifica quotidianamente in cucina: la reazione di Maillard. Avete presente la crosticina marrone che si forma su una bistecca cotta a puntino o sul pane appena sfornato? Se cuocendo un cibo, questo si “imbrunisce”, è quasi sempre opera di questa reazione. Durante la cottura a fuoco alto, infatti, gli amminoacidi delle proteine reagiscono con alcuni zuccheri, definiti riducenti, dando lungo a composti di colore marrone/bruno.

Zuccheri riducenti in che senso?

Da un punto di vista chimico, si tratta di zuccheri che, in soluzione, possiedono un gruppo aldeidico o chetonico libero. Ciò consente allo zucchero di agire come agente riducente: sarà, quindi, in grado di cedere elettroni ad un’altra specie chimica definita ossidante in una reazione di ossidoriduzione. Qualche esempio? Il glucosio e il lattosio. Il comune zucchero da cucina (per i chimici saccarosio) non rientra nella categoria.

Come si lega questo al meccanismo d’azione di un autoabbronzante?

L’ingrediente principale di questa tipologia di prodotti cosmetici è il diidrossiacetone o DHA (INCI: Dihydroxyacetone). Si tratta di uno zucchero trioso, ovvero di uno zucchero monosaccaride a 3 atomi di carbonio. Questa piccola molecola, una volta applicata sulla pelle, reagisce con gli amminoacidi della cheratina presente nello strato più superficiale, lo strato corneo. Tale processo chimico conduce alla formazione di complessi colorati dal giallo al bruno. Vi ricorda qualcosa? Ecco che ritorna la reazione di Maillard.

Un altro ingrediente pigmentante è l’eritrulosio (INCI: Erythrulose), uno zucchero chetonico che agisce con la stessa modalità del DHA. Da solo o in combinazione col DHA, questo zucchero consente di ottenere una colorazione più omogenea e duratura, quindi meno artificiosa e più simile alla vera abbronzatura. L’eritrulosio, infatti, reagisce più lentamente e comporta una minor disidratazione cutanea rispetto al DHA, con conseguente miglior distribuzione nello strato corneo e sviluppo più graduale e omogeneo della pigmentazione.

Sono le concentrazioni di DHA e di eritruolosio presenti nel prodotto a determinare la colorazione: più sono elevate, più intenso sarà l’effetto abbronzato.

La formulazione può essere ulteriormente perfezionata con l’aggiunta di un penetration enhancer (ingrediente che favorisce la penetrazione degli attivi cosmetici), come il dimetil-isosorbide (INCI: Dimethyl isosorbide). Quest’ultimo, infatti, migliora la diffusione del DHA negli strati superficiali dell’epidermide, contribuendo ad una colorazione più omogenea, senza macchie e striature.

Come si applica un autoabbronzante?

I cosmetici autoabbronzanti sono presenti sul mercato in diverse texture: troviamo prodotti in crema, latti, spray, schiume, fino ad arrivare a sistemi predosati come le salviettine impregnate di prodotto. Indipendentemente dalla versione scelta, quali sono gli accorgimenti da seguire per ottenere un risultato naturale ed uniforme, scongiurando l’indesiderato colore “a macchie” o un colorito dall’effetto artificiale?

  1. Esfolliare: prima di applicare un prodotto autoabbronzante, è necessario preparare la pelle con una buona detersione e con uno scrub accurato. La presenza di cellule morte contenenti cheratina può, infatti, generare discromie e zone di iperintensità della colorazione, causa del temutissimo effetto “a macchie”. Dopo lo scrub e prima dell’autoabbronzante, è consigliabile evitare l’uso di una crema idratante: questa potrebbe influire sull’uniformità del colore finale.
  2. Programmare: data la superficialità della reazione che differenzia l’autoabbronzante dalla tintarella vera e propria, la ceretta immediata potrebbe non essere una buona idea. Anche l’utilizzo dopo la doccia sarebbe da evitare. Qual è, quindi, il momento migliore per l’applicazione? La sera, per lasciare alla pelle il tempo di reagire.
  3. Applicare correttamente: stendere il prodotto con movimenti circolari dal basso verso l’alto per quanto riguarda il corpo e dal centro verso l’esterno del viso, avendo l’accortezza di coprire bene tutte le aree della pelle. Tale operazione andrebbe ripetuta due o tre volte, a distanza di qualche minuto. Attenzione alle mani: sarebbe opportuno indossare guanti e lavarle spesso durante l’applicazione, per proteggere palmi e unghie.
  4. Sfumare: sempre per il meccanismo d’azione completamente diverso da quello coinvolto nell’abbronzatura vera e propria, è buona norma evitare accumuli di prodotto in quelle zone che presentano uno spessore maggiore dello strato corneo e che, di conseguenza, risultano più ricche di cheratina e povere di melanina. Nello specifico? Per quanto riguarda il viso, sono da evitare sopracciglia, naso e attaccatura dei capelli; relativamente al corpo, è opportuno non insistere su gomiti, ginocchia e talloni. Non dimenticarsi mai di orecchie, collo e decoltè…altrimenti, altro che effetto naturale!

Alla luce di quanto detto, siete pronti per un’interrogazione finale?

L’autoabbronzante prepara la pelle all’esposizione solare?

La melanina e l’abbronzatura vera e propria costituiscono quel meccanismo naturale di difesa che la pelle mette in atto per fronteggiare i numerosi danni causati dalla radiazione solare. Dal momento che la reazione di Maillard avviene con le proteine dello strato più superficiale della pelle e che la melanina non è coinvolta (Repetita iuvant!), no: l’autoabbronzante non prepara la pelle all’esposizione solare.

Protegge dal sole?

Ripetiamo insieme: “Non coinvolgendo la melanina, un autoabbronzante non offre alcun tipo di protezione solare e non può sostituire l’uso di un filtro solare ad ampio spettro.” C’è solo un modo per proteggersi dai danni provocati dai raggi UVA e UVB: utilizzare sempre la protezione solare ed esporsi al sole nei tempi e nelle modalità corrette.

Perché bisogna dirlo: l’autoabbronzante ci regala già una carnagione dorata anche stando all’ombra…non può fare anche le veci del prodotto solare. Ad ognuno il suo!

FONTI

Manuale del Cosmetologo II edizione- 2014 Tecniche Nuove

http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2007/10/01/il-segreto-di-una-buona-bistecca-ma-non-solo-si-chiama-maillard/

http://www.abc-cosmetici.it/prodotti/prodotti-solari-prodotti/autoabbronzanti/

“Il trucco c’è e si vede” – Beatrice Mautino

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Dott.ssa Elena Pascucci
Dott.ssa Elena Pascucci

Laureata in chimica e tecnologie farmaceutiche. Master di II livello in Scienza e tecnologia cosmetiche. Si occupa della stesura di articoli di dermocosmesi.

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