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L’antica farmacia del palazzo abbaziale di Loreto

Sono i luoghi del cuore, quelli dove sei nato e cresciuto, quelli che ti imprimi nella mente e proietti con la tua immaginazione fuori dalla finestra di ogni casa in cui andrai ad abitare; quei luoghi che per ore da bambino, ti hanno fatto stare con il naso all’insù a sognare.

Uno di quei luoghi che vorrei raccontare è il Monte Partenio, conosciuto ai più come Montevergine, un posto dove tradizione, cultura, mito, contemplazione, fascino e natura si intrecciano come i vimini che compongono un cesto.

1260 m di altitudine raggiungibili attraverso il   “sentiero dei pellegrini”, che dal centro di Ospedaletto d’Alpinolo, per una strada basolata in salita (che in dialetto diventa juta), porta prima alla “Cappella dello Scalzatoio”, dove i devoti lasciano le proprie calzature per proseguire a piedi nudi verso la “Sedia della Madonna”, ossia un masso modellato a forma di sedile sul quale si narra si sia accomodata la Madonna per riposarsi, e poi, attraverso boschi di faggi, che si intersecano ed alternano alla strada asfaltata e carrabile e sul cui tratto finale si trovano le stazioni della Via Crucis, raggiunge il piazzale dove sorge il Santuario dedicato alla Vergine Maria (dove in età pagana si venerava la dea Cibele, madre degli dei e dea della natura).

1260 m dai quali respiri riti, storie e vicende di altri tempi e dai quali impari ad osservare il volo delle aquile.      

                                                                             

Ed è proprio la tradizione che vuole che, su una delle sublimi cime del Monte Partenio, definita “vergine” perché non ancora contaminata da elementi antropici, Guglielmo da Vercelli, un pellegrino proveniente dal Nord, nei primi decenni del XII secolo, fondasse una Chiesa dedicata a Maria e un ordine monastico, detto appunto “Congregazione Verginiana”, osservante la regola quaresimale (con esclusione dalla mensa di carne, uova e latticini) e la regola della clausura

Gli Eremiti di Montevergine, sentirono presto la necessità di creare alle falde del monte un’infermeria dove curarsi e prestare assistenza anche ad infermi, bisognosi e deboli, in quanto il rigido clima e la difficoltà di accesso al monte, lo impedivano. La scelta cadde su una località della valle di Mercogliano (in provincia di Avellino) detta Orrita, in seguito trasformatosi in Loreto, dove fu concesso ai monaci l’utilizzo di un mulino e due orti in prossimità della Chiesa di San Basilio (nel 1138-1167). Quando la buona gestione della chiesa, degli orti e del mulino consentirono all’abbazia di Montevergine di acquisirne la proprietà, fu costruita, intorno alla chiesa, l’infermeria monastica fino al novembre del 1732 quando un terremoto la distrusse. Circa sei mesi dopo, più ad Oriente, fu ricostruita un’infermeria più bella e comoda e, l’Abate Angelo Maria Federici, ne affidò la progettazione all’architetto Domenico Antonio Vaccaro, importante esponente del tardo barocco napoletano, che aveva già eseguito dei lavori per i monaci di Montevergine. Il 5 maggio 1733 iniziarono i lavori per la costruzione del Nuovo Loreto, ma negli anni si susseguirono critiche al progetto ed interruzioni alla costruzione, finché nel 1741, l’ingegnere Michelangelo Di Blasio si sostituì al Vaccaro e decise di lasciare la pianta ottagonale, abolire il maschio centrale, fare spazio al cortile interno e prevedere al pian terreno, l’atrio di ingresso, la portineria e la farmacia, mentre al primo piano, un grande salone per le riunioni e due appartamenti per l’abate e gli ospiti importanti.

L’antica farmacia del palazzo abbaziale di Loreto

La farmacia di Loreto, nata nel XIII secolo, prima come infermeria ed ospedale e poi trasformatasi in spezieria dove conservare le medicine, non solo a servizio dei monaci, ma anche degli abitanti delle contrade limitrofe, si sviluppa su una pianta rettangolare e si colloca sulla destra dell’atrio di ingresso del palazzo abbaziale. Inizialmente, affinché vi si accedesse senza violare la regola della clausura ecclesiastica, era dotata di una porta finestra, attraverso la quale si serviva la popolazione che ne faceva richiesta. Ancora oggi quella porta è visibile dall’esterno e conserva la scritta “FARMACIA”.

L’arredamento della farmacia del Nuovo Loreto, è costituito da scaffalature in legno lungo le pareti con capitelli intagliati e dorati, stipettature con stemmi intagliati su legno e decorati con foglie in oro zecchino ed un bancone di vendita con piano in radica di noce. Gli inventari redatti tra il 1750 e il 1800, indicano che la farmacia era suddivisa in 3 ambienti: la farmacia vera e propria, il laboratorio e la stanza dove soggiornava il farmacista. Libri conservati nell’Archivio della Biblioteca Statale di Montevergine, indicano che inizialmente erano detenuti nella farmacia 398 vasi suddivisi in alvaroni, fusilli e lancelloni di misure diverse, ordinati, nel 1750, nella fabbrica di Giustiniani di Capodimonte. Oggi se ne conservano un numero molto inferiore (209), a causa anche di alcuni furti, e, su ognuno di loro, c’è una decorazione a chiaro scuro turchino riportante una scena floreale o paesaggistica con lo stemma dell’Abbazia ed il nome del medicamento un tempo contenutovi. 

Nella volta della Farmacia inizialmente vi era un affresco del 1761 di Giacomo Baratta, raffigurante la “Guarigione di Tobia”, oggi completamente alterato da opere di restauro del 1965.

La farmacia entrò in funzione come esercizio pubblico e commerciale nel 1753 affidata a fra Giuseppe da Crispano fino alla sua morte nel 1789. Successivamente, si alternarono gestioni laiche e ecclesiastiche finché, nel 1901, la farmacia chiuse definitivamente i battenti a causa delle scarse entrate del monastero e della diffusione sul territorio nazionale dell’industria farmaceutica. Intorno al 1960 la farmacia subì, per i vari eventi sismici e per volontà dei monaci, la trasformazione in museo, ancora oggi visitabile e patrimonio artistico-culturale di estrema bellezza.

Le attrezzature contenute nella farmacia, in parte furono disperse ed in parte riutilizzate nelle nuove attività della Congregazione ossia la liquoreria e l’apicoltura. 

I monaci bianchi verginiani infatti, sulla scorta dell’impostazione del loro fondatore San Guglielmo, che adottò in pieno la regola di San Benedetto a riguardo della preghiera e del lavoro, sono dententori, ancora oggi di un grande sapere che passa per la conoscenza di luoghi, di piante, di sacrificio ed arte che si sono tramandati nel corso dei secoli. Il Santuario di Montevergine conserva ad esempio cinque erbari che raccolgono circa tremila esemplari di piante che dalla fine dell’800 all’inizio del ‘900 crescevano spontanee sul Monte Partenio. Molte specie vegetali elencate si sono addirittura estinte a causa delle condizioni climatiche in continuo mutamento e dell’inquinamento atmosferico.

Anthemis, Partenio, Romito, Verginiano, Amaro Benedettino, Anisetta e Brandy, sono i liquori prodotti nella liquoreria dell’Abbazia del Loreto. I padri benedettini, attingono alla farmacia di Dio cioè alla natura, come sosteneva Santa Ildegarde di Bigen (santa farmacista di novecento anni fa proclamata patrona della flora alpina), per ottenere questi preziosi prodotti ognuno dei quali ha un profumo, un colore, una storia, un sapore e proprietà diverse a seconda delle piante contenutevi e dei processi di produzione. Anthemis ad esempio, dal colore smeraldo come le gocce che sgorgavano dalle colonne del Tempio di Cibele, dove poi sorse l’Abbazia di Montevergine, è un liquore a base di oltre venti erbe, tra cui il fiore dell’Artemisia (pianta dalle proprietà antisettiche, espettoranti, antispasmodiche, emmenagoghe, eupeptiche), che, dopo la raccolta effettuata nei periodi di massima concentrazione del potere officinale, sono fatte essiccare e poi lasciate in infusione per venti o trenta giorni e successivamente distillate. L’Anthemis, filtrato, viene posto in botti dove vi rimane per circa nove mesi prima di essere imbottigliato. L’Anthemis, così come gli altri liquori dei monaci bianchi, è considerato un elisir di lunga vita per le proprietà delle piante che contiene.

Ricette antiche custodite gelosamente dai padri benedettini che allietano il gusto, ma soprattutto il cuore di chi, non solo affonda le proprie origini in queste terre, ma anche di chi comprende che dietro ogni mestiere c’è una storia. I farmacisti e il loro sapere sono legati al mondo dell’antica e della moderna scienza e la farmacia è un’arte che nei secoli ha fuso magia, alchimia, botanica e medicina. Sin dai tempi primordiali, infatti, l’uomo ha avvertito la necessità di adoperare dei rimedi per curare la malattia e raggiungere uno stato di benessere fisico e psichico. Lo ha fatto attraverso le piante, gli animali, i minerali, il fuoco e l’acqua. Oggi, torna prepotente il bisogno di rientrare in contatto con la natura, una natura che ci illudiamo di conoscere a fondo, ma che andrebbe rispettata e protetta per i meravigliosi doni che ci ha regalato nei secoli e per quelli che ci offre quotidianamente.

Bibliografia

  • Placido Mario Tropeano Palazzo Abbaziale di Loreto – Guida storico-artistica. Edizione Padri Benedettini Montevergine 2008;
  • Bianca Corcione Alle radici della farmacia: la farmacia del palazzo abbaziale di Loreto: ieri ed oggi: 2.parte. Il Santuario di Montevergine: bollettino illustrato, A. 87, n. 1 (gen-feb 2006), p. 24-26;
  • Bianca Corcione La farmacia del palazzo abbaziale di Loreto: storia ed evoluzione. Il Santuario di Montevergine: bollettino mensile illustrato, A. 86, n. 5 (set.-ott. 2005), p. 23-25;
  • Gabriella Pescatori Colucci,Errico Cuozzo, Francesco Barra Storia Illustrata di Avellino e dell’Irpinia –  Artificiosa Irpinia- volume settimo Sellino e Barra Editori;

Sitografia

  • www.santuariodimontevergine.it;
  • www.bibliotecastataledimontevergine.beniculturali.it;
  • www.viaggioinirpinia.it

A cura della Dott.ssa Morgana Pisano

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