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Storia dell’utilizzo del litio in ambito medico-farmaceutico

STORIA E SCOPERTA DI UN NUOVO ALLEATO NELLA PSICOFARMACOLOGIA

Il termine litio deriva dal greco “lithos” e significa “pietra”. Terzo elemento della tavola periodica e appartenente al gruppo dei metalli alcalini, il litio, nella sua forma pura, appare come un metallo tenero, leggero, dal color argento e soggetto facilmente all’ossidazione da parte di acqua e aria.

Attualmente il suo utilizzo spazia e interessa moltissimi ambiti: dall’industria della ceramica e del vetro alla metallurgica, dall’elettronica alle applicazioni in ambito militare, dall’ottica alla chimica organica, fino ad approdare anche in ambito medico-terapico.

Storia utilizzo del litio in ambito medico-farmaceutico

Le prime informazioni risalenti all’uso del litio in ambito medico si rifanno al V secolo e ne videro un utilizzo volto al trattamento di patologie indicate con il nome di “mania”. Risalenti a tale periodo storico sono i diversi riferimenti a soluzioni di acqua naturale derivanti da sorgenti alcaline. Solo nel 1817 lo svedese Arfwedson riuscì ad isolare questo metallo alcalino, al quale diede il nome di Litio.

Negli anni successivi a tale scoperta, si diffuse l’uso di bevande arricchite di litio quali l’Acqua Lithia e la Birra Lithia, prodotti che, tuttavia, subirono un rapido declino nel mercato.

Nel corso del secondo millennio, furono condotti solo alcuni studi isolati che vedevano al centro della propria argomentazione un ipotetico beneficio tratto dall’utilizzo del litio per il trattamento di malattie quali mania e schizofrenia.

L’intuizione di Cade

La svolta decisiva si ebbe solamente nella prima metà del XX secolo con lo psichiatra John F. Cade. Egli all’epoca lavorava a Melbourne, in Australia, in un ospedale di veterani dove esercitava presso il reparto di psichiatria. La sua teoria iniziale si basava sulla considerazione per cui dovesse esserci una sostanza tossica all’interno dell’organismo in grado di indurre lo sviluppo di determinate patologie psicologiche. In seguito all’analisi di vari campioni di urina di pazienti malati di schizofrenia, mania e depressione egli evidenziò come essa fosse notevolmente più tossica rispetto all’urina di persone sane, malgrado i contenuti di urea e creatina pressappoco similari. Questa consapevolezza fece sì che John cercasse la presenza di un’ulteriore sostanza chimica in grado di aumentare la tossicità dell’urea, come l’acido urico.

Iniziò a condurre vari studi che prevedevano la somministrazione di soluzioni a concentrazioni differenti di acido urico e carbonato di litio (sostanza che facilitava la dissoluzione dell’acido urico in acqua, trasformandolo in urato di litio) nelle cavie per testarne l’effettiva tossicità.

Da questo studio animale emerse tuttavia un risultato inaspettato: la soluzione iniettata induceva un effetto calmante nelle cavie, le quali mostravano un comportamento più docile. Tale effetto fu attribuito, in seguito a studi approfonditi, alla presenza del litio. Cade a questo punto ipotizzò un possibile effetto benefico da parte dei sali di litio verso i pazienti affetti da mania.

Dopo aver testato su sé stesso la sicurezza della preparazione di litio acetato che sarebbe andato a studiare, egli avviò una serie di studi prospettivi dalla quale emersero evidenze che confermavano la valenza dell’uso di tale prodotto non solo come calmante dell’umore, ma come valido alleato nella prevenzione di tali manifestazioni se somministrato con regolarità. Il litio risultò inoltre efficace anche nel prevenire la depressione.

Tali risultati vennero pubblicati nel 1949 in un articolo de The Medical Journal of Australia, intitolato “Lithium salts in the treatment of psycotic excitement” e, con tale pubblicazione, si aprirono le porte all’utilizzo del litio in ambito terapeutico.

Nella seconda metà del XX secolo il numero di studi che si proposero di avvalorare la tesi di Cade crebbe esponenzialmente. In questi anni si iniziò anche a comparare il beneficio tratto dall’utilizzo del litio con quello di altri medicinali presenti al momento nel mercato: venne in particolar modo comparato alla clorpromazina, uno dei principali farmaci utilizzati per il trattamento delle manie. L’esito di questo studio si pronunciò a favore del metallo.

Da questi innumerevoli studi emerse come, nel loro complesso, i sali di litio possedessero non solo una buona efficacia nel prevenire l’insorgenza di episodi maniacali, ma fossero in grado di ridurne anche la durata.

Verso l’approvazione

Malgrado tutti gli studi clinici che ne comprovavano l’efficacia su molteplici livelli (furono condotti studi contro la schizofrenia, stadi di dipendenza da sostanze di abuso, aggressività, sindrome premestruale ecc), l’utilizzo del litio come antimaniacale fu a lungo dibattuto a causa della sua tossicità intrinseca.

L’approvazione all’utilizzo dei sali di litio fu graduale: partì in Francia nel 1961. Negli anni successivi seguirono il Regno Unito, la Germania e, solo nove anni dopo, nel 1970, venne approvato in Italia. Nello stesso anno anche l’FDA si pronunciò in favore di tale nuovo medicinale, divenendo il cinquantesimo Stato ad avvalersi della sua efficacia.

Il litio oggi

Attualmente i sali di litio sono in prima linea per il trattamento delle fasi maniacali e per il disturbo del bipolarismo.

Il meccanismo d’azione con la quale essi esplicano la loro azione non è ancora del tutto noto, ma si ritiene che l’effetto sia correlato alla capacità di interferire con due substrati che sembrerebbero coinvolti nell’eziologia dei sopracitati disturbi. Nel dettaglio, l’azione farmacologica si esplica a livello delle vie di trasduzione del segnale che interessano questi substrati:

 La via del inositoltrifosfato (IP3)
 La via della glicogeno sintetasi chinasi-3 (GSK-3)

Per concludere

Ad oggi, il litio e i disturbi per cui viene indicato sono soggetti a continui studi e la scoperta di Cade non viene ricordata solo come una svolta per il trattamento delle patologie psicologiche, ma rappresenta uno dei pilastri moderni che sostengono il trionfo del metodo scientifico.

A cura della Dott.ssa Roberta Peron

FONTI:

Bipolar Disord. 2009 June ; 11(Suppl 2): 4–9. doi:10.1111/j.1399-5618.2009.00706.x.

F. López-Muñoz, Winston W. Shen, P. D’Ocon, A. Romero and C. Àlamo, A History of the Pharmacological Treatment of Bipolar Disorder, International Journal of Molecular Sciences; 2018, doi:10.3390/ijms19072143.

Lemke, T.L., Williams, D.A., Roche, V.F., Zito, S.W., (2014). Foye’s Principi di chimica farmaceutica. Piccin

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